Carrozzone Nugnes, quattro no in quattro giorni: se il consenso c’è, perché cercare tutti?

Roseto degli Abruzzi (TE) – Se si è davvero convinti di aver governato bene e di avere la città dalla propria parte, perché serve un’alleanza che vada da Avs ai vannacciani? È la domanda che circola a Roseto da quando il progetto di Mario Nugnes ha cominciato a cercare compagni di viaggio, e che i fatti di questi giorni rendono ancora più pesante.
Il grande contenitore e la paura del primo turno
Chi è sicuro dei propri numeri normalmente non ha bisogno di un contenitore dove far entrare tutto e il contrario di tutto. Presenta il candidato, il programma, i risultati, e lascia decidere gli elettori. A Roseto, invece, nelle ultime settimane si è assistito al tentativo di costruire un’alleanza il più larga possibile, tra partiti, civiche e pezzi di centrodestra, con un obiettivo facilmente intuibile: chiudere la partita al primo turno ed evitare il ballottaggio.
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È un’interpretazione politica, naturalmente. Ma la domanda viene spontanea: se l’amministrazione di Pavone, Sottanelli e Nugnes ritiene di aver governato bene e di avere dalla sua il consenso dei rosetani, perché allargare il campo a forze così diverse, chiedendo ad alcune di rinunciare persino alla propria identità elettorale?
Quattro no in quattro giorni
Poi sono arrivati i no. Il primo dal Pd: la segretaria Emanuela Ferretti si è detta «orgogliosa di essere la segretaria di un partito radicato sul territorio» e ha spiegato che «non possiamo snaturarci». Il secondo dal Movimento 5 Stelle, che ha respinto l’idea di togliere il simbolo per rendere meno evidente una collocazione scomoda, ricordando oltre un mese senza contatti. Il terzo da Lega, Forza Italia e Udc, che con Anthony Romani hanno annunciato un candidato in proprio rivendicando di essere «il vero centrodestra». Il quarto dai Liberi Progressisti: Rosaria Ciancaione ha ricordato di non aver cercato accordi con l’amministrazione e con Azione, con cui «non c’è un comune sentire», e ha parlato di cittadini stanchi di subire «scelte fatte a tavolino da pochi o calate dall’alto».
Quattro risposte da mondi diversi, con un elemento in comune: la scelta di non entrare, per ora, nel grande contenitore.
Il collante non può essere l’aritmetica
Cercare alleanze è politica, e lo è anche provare a evitare il ballottaggio. Il problema nasce quando il collante rischia di essere soltanto l’aritmetica. Una coalizione può essere larga quanto vuole, ma deve avere un programma, una visione di città, una prospettiva amministrativa comune. Altrimenti la politica diventa una somma di percentuali, nella speranza che la somma dei simboli produca la somma dei consensi. E non è detto che funzioni.
Anche perché chiedere a un partito di rinunciare al simbolo non è una questione grafica: quel simbolo è una storia, un’identità, un rapporto diretto con gli elettori.
Roseto non è un algoritmo
Cercare di vincere subito è una strategia; costruire un’alleanza soltanto per evitare il secondo turno è un’altra cosa. Il punto non è avere paura del ballottaggio, ma arrivarci con idee, programmi e identità chiare. Roseto non è un algoritmo in cui basta sommare sigle: è una città di persone, quartieri, famiglie, categorie e associazioni che giudicheranno quello che è stato fatto e quello che viene promesso.
Il carrozzone è ancora fermo ai box, e bisognerà capire quanti passeggeri saranno disposti a salirci. Alla fine, comunque, sarà più semplice di qualsiasi trattativa: parleranno gli elettori. Se l’amministrazione ritiene di aver governato bene, avrà l’occasione di dimostrarlo nelle urne. Senza bisogno di mettere dentro tutti.









